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Novembre 2012

Prefazione al romanzo “Acque Albule” di Massimo Lardi

Giorgio Luzzi

Pane e acqua. Acqua e pane. Sono i due elementi primari attorno ai quali, dall’esordio alla conclusione, ruota la vicenda di questo romanzo. Lo sono in senso non tanto simbolico quanto primariamente concreto, materiale. Pane è la fonte del lavoro del protagonista, fornaio in Roma immigratovi – secondo una consuetudine storica molto documentata – dalla valle di Poschiavo. Attorno al pane si muove la storia del lavoro in questa Italia di primo Novecento mossa da impulsi socialisti e egualitari, rispetto ai quali la narrazione si mostra costantemente scettica e severa, talvolta aggressiva: si leggano le lunghe e importanti pagine relative alla visita del protagonista, assieme al suo datore di lavoro, nella Catania dominata politicamente dal leader socialista De Felice. Forte è, nel punto di vista della funzione narrante, l’ideologia anticollettivistica, con tratti di netto disagio nel delineare un’Italia dagli albori sociali anticapitalistici, movimentistici e di classe. Minuziosa, al contempo, la documentazione storica attorno alle problematiche legate alla produzione del pane in senso alimentare, economico e sociale. Questo è il mondo nel quale Cristiano costruisce e sviluppa giorno per giorno la propria identità, lavorando per coronare il sogno d’amore con la bella, virtuosa e sensibile, oltre che socialmente prestigiosa Margherita: amore a prima vista alimentato da una lontananza di un anno e mezzo, infittita di lettere e pensieri che garantiscono la vocazione reciproca, tanto naturalmente forte quanto eticamente e affettivamente matura; e il legame stesso è il motore profondo degli sforzi di promozione sociale e professionale messi in atto da Cristiano.

Più complesso il senso simbolico dell’acqua. Essa è, nella trama del romanzo, il luogo della vita e della morte: lì, ai bagni di Tivoli, nasce l’amore tra i protagonisti, dentro un’acqua curativa che ricorda singolarmente la piccola fonte solforosa in riva al lago di Poschiavo. E da qui il titolo del libro. E nell’acqua ha luogo il colpo di scena del finale del romanzo, finale che definirei irresistibile in senso propriamente narrativo. Ma l’acqua è anche alla base del mutamento economico-sociale del “Paesello” e della valle tutta: si tratta, da parte di un progetto portato da fuori, di convincere la comunità a cedere, in cambio di denaro e di una insidiosa quanto generica promessa di benessere per tutti, le ricche risorse idriche alle mire cupide di capitale forestiero; e anche in questa direzione la politica tenta di affermare il proprio primato. Se a Catania domina la demagogia populistica e egualitaria del leader socialista De Felice (presentato dall’autore, per verità, con forte e un po’ cattiva accentuazione caricaturale, che peraltro definirei del tutto giustificabile sul piano storico), lassù al nord, in valle di Poschiavo, si manifestano le mire di cambiamento rappresentate da un capitalismo esterno insidioso e di tipo nuovo, e accolte non senza ingenuità da buona parte della popolazione, anche qui guidata da qualche amministratore demagogicamente esposto.

Lascio dunque che sia il lettore a trarre le conclusioni, a dire il vero estremamente stimolanti, relativamente alla visione storica e sociale verso la quale la lettura ci indirizza. Posso aggiungere che si tratta, a mio modo di vedere, del più irresistibile e inquieto dei romanzi di Massimo Lardi: dal giusto peso della trama, vitalizzata da una documentazione imponente quanto ben filtrata, al raggiunto equilibrio delle masse narrative, dalla distribuzione sapiente dei chiaroscuri, alla invenzione seduttiva dei colpi di scena, al filtro assai responsabile della documentazione storica e per così dire d’archivio in direzione di una lettura spettacolarizzata e davvero gratificante, ma anche – si badi – intimamente istruttiva. Storia e invenzione si intrecciano, come nella tradizione del romanzo che mira a conciliare piacere della scoperta e stimolo alla riflessione sulla storia. In questo senso si affronteranno con curiosità e profitto anche le lunghe parti, esse pure funzionali alla vicenda, di carattere tecnico relative all’economia della panificazione. Ci sono dunque, in queste pagine, il bene e il male della Storia. E qui il male è propriamente il Fato, e anche, secondariamente, quel mostro invasivo che è appunto la Storia nel suo farsi ideologia. Ecco dunque la ricerca di equilibrio che è alla base dell’opera: no alla collettivizzazione della proprietà che spegne entusiasmi e progetti, ma anche no al “progressismo” neocapitalistico che non tarderà a mostrare il suo vero volto di colonizzatore. Ne esce dunque l’opzione per un modello di proprietà privata ispirato alla cooperazione, solidarietà, rispetto reciproco, accettazione “naturale” delle disuguaglianze di ceto e di censo, del resto democraticamente inserite nel tessuto umano della comunità decentrata, dove si pensa che sia giusto che i migliori, i più operosi e illuminati, vengano premiati; e si tace sulle disuguaglianze dal momento che lo scandalo della miseria sembra sostanzialmente estraneo a questo contesto (anche se, in verità, la fitta migrazione nella Roma dei panettieri significherà pure qualcosa…). Ecco dunque, infine, la proposta di una duplice lettura: emotivamente e ricreativamente romanzesca da un lato, produttivamente storico-sociologica dall’altro. Storia e invenzione convivono dunque con autentica perizia in questa riuscitissima nuova fatica di Massimo Lardi.

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