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La Provincia, Cultura, 26 ottobre 2002

I turbamenti del giovane Carlo

Franco Monteforte

Un romanzo di Massimo Lardi rievoca gli ultimi anni del contrabbando storico fra Poschiavo e la Valtellina, quelli del passaggio dall’epopea della carga e degli spalloni lungo i sentieri di montagna all’attraversamento della dogana coi primi doppi fondi delle auto imbottiti di sigarette e zucchero. Attraverso le vicende umane e i dilemmi morali di un giovane la rappresentazione dei legami culturali delle due comunità di confine.

Massimo Lardi, insegnante alla Scuola secondaria di Poschiavo e quindi alle Magistrali cantonali di Coira, direttore per 10 anni dei “Quaderni Grigionitaliani”, non è alla sua prima prova letteraria. Alcuni suoi racconti e drammi si possono leggere su diversi giornali e periodici, ma con questo suo ultimo lavoro “Dal Bernina al Naviglio” affronta per la prima volta il difficile genere del romanzo con risultati unanimamente giudicati dalla critica più che lusinghieri.

Il romanzo è stato presentato alla fine dello scorso mese di settembre a Brusio, nel corso delle “giornate grigionitaliane” che quest’anno avevano per tema conduttore “il grigioni italiano e i suoi confini... ai confini del grigioni italiano”. Alla tavola rotonda di presentazione, ripresa da radio e Tv della Svizzera italiana, sono intervenuti Renato Martinoni, docente di letteratura italiana all’università di Zurigo, Giancarlo Sala, Livio Zanolari, speaker ufficiale del governo di Berna, Alexis Lautenberg, ambasciatore plenipotenziario della Svizzera in Italia, Franco Monteforte, e lo stesso autore del libro. E’ toccato a Giancarlo Sala, che insieme all’autore ha dato vita a una lettura a due voci di diversi passi del romanzo, l’esame critico puntuale di tutti i suoi aspetti, mentre l’ambasciatore Lautenberg, al di là degli intrinseci meriti letterari del romanzo, ha sottolineato il valore di questo tipo di opere nei rapporti culturali fra Svizzera e Italia e Franco Monteforte si è intrattenuto sui rapporti storici fra comunità poschiavina e valtellinese. Renato Martinoni, dal canto suo, ha messo in rilievo come la letteratura italiana in Svizzera con l’opera di Grytzko Mascioni, di Remo Fasani, di Paolo Gir, di Vincenzo Todisco e ora di Massimo Lardi, continui oggi a mantenere una vitalità e una qualità artistica sorprendente. Il romanzo di Massimo Lardi verrà presentato in Valtellina a Tirano il prossimo 23 novembre per iniziativa del Museo Etnografico Tiranese.

Correva l’anno 1958, il tredicesimo dalla fine della guerra. In illo tempore, dal saliente di Poschiavo transitavano verso la Valtellina non meno di mille tonnellate di caffè e imprecisati milioni di stecche di sigarette all’anno. Contrabbando per Roma [...]. Commercio perfettamente legale per Berna [...] Giorno e notte , dal Sasso del Gallo dal Salto del Gatto e da tanti altri punti della linea di confine più lontana da Berna ma vicinissima a Dio, tonnellate di coloniali scollinavano sulle spalle di legioni di portantini valtellinesi, indipendenti o organizzati da imprenditori conterranei [...] Ma tanta roba, accuratamente occultata nelle macchine, passava direttamente dalla dogana di Piattamala”. Si apre così questo romanzo di Massimo Lardi sul contrabbando, con questa felicissima dissonanza fra il dettaglio cronologico, 1958, che dà precisione storica alla vicenda, e l’indeterminatezza di quell’ “in illo tempore”, che conferisce una profondità mitica e un vago sapore di apologo ai fatti, così vicini nel tempo, poco più di quarant’anni, eppure così remoti nella memoria e nella coscienza come se appartenessero a un’epoca che non è più nostra. E in effetti fra il contrabbando storico e quasi deamicisiano del sale, del caffè e delle sigarette, e il contrabbando criminale della droga, delle armi e del danaro sporco, c’è un abisso.

Il romanzo di Lardi documenta appunto l’ultima fase del contrabbando eroico, quella del passaggio dall’epopea della carga e degli spalloni lungo i sentieri di montagna all’attraversamento della dogana coi primi doppi fondi delle auto imbottiti di caffè e sigarette, quando il contrabbando esce progressivamente dalla sfera della pura necessità economica per entrare in quella dell’accumulo criminale di ricchezza.

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Nella Poschiavo della fine degli anni ’50, Carlo, un ragazzo di 21 anni , dopo la morte del padre è spinto al contrabbando dalla precaria situazione familiare che lo costringe a interrompere gli studi per aiutare la madre, insieme alla sorella Rita e al fratello Giovanni, nella conduzione della piccola azienda agricola familiare gravata dai debiti e dalle istanze fallimentari dei creditori. Iniziata in sordina, presto l’attività di contrabbando si allarga con l’acquisto, grazie ai primi guadagni, di una vecchia Adler Minerva Imperial del ’36, l’auto dei gerarchi nazisti dotata di doppio fondo “scientifico” con cui Carlo passa dal commercio di sigarette a quello del caffè, meno redditizio, ma più sicuro. In quel momento la Valtellina e la Val Poschiavo sono del resto la patria del caffè. Aleggiava nell’aria delle due valli l’odore intenso delle decine di torrefazioni dalle quali il caffè di contrabbando spiccava il volo verso il resto d’Italia. Bastava acquistarne una buona partita legale per torrefarne venti di illegali in barba alla Guardia di Finanza cui veniva esibita la stessa fattura. Un grosso trafficante di Poschiavo, Felice, convince però Carlo a tornare al commercio delle sigarette, non più questa volta verso la Valtellina, ma verso Milano che offre prospettive di maggiore guadagno. E così dal Bernina Carlo giunge ai Navigli, a fianco di Lisetta, la brillante ragazza del suo nuovo socio Leone, che li precede con un auto civetta per avvertirli di eventuali blocchi della Finanza. Qualcosa però non funziona e Carlo viene scoperto e spedito prima al carcere di Como e poi a quello di Lecco dove verrà alla fine rilasciato per far ritorno in autostop a casa sull’auto di una coppia di grosini che trasportano un maiale. Ma i pochi giorni di carcere lo hanno profondamente cambiato. Da quel momento non sarà più un contrabbandiere. Il mutamento interiore di Carlo si intreccia così al mutamento epocale del contrabbando fra Poschiavo e la Valtellina e in questo stretto intreccio sta il vero motivo di interesse del romanzo di Lardi.

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Come hanno ben mostrato qualche anno fa Massimo Mandeli e Diego Zoia nel loro bel libro “la carga. Contrabbando in Valtellina e Valchiavenna”, alla fine degli anni ’50 il contrabbando fra Poschiavo e Valtellina durava da quando nel 1797 le due Valli, che per circa tre secoli avevano fatto parte dello stesso stato, la Repubblica delle Tre Leghe, erano state separate da Napoleone entrando a far parte in seguito di due nazioni diverse, la Svizzera e l’Italia. Fu allora che ciò che era stato per secoli un normale e libero flusso di merci fra le due comunità di confine, diede origine di colpo al contrabbando. Non è il confine, infatti, a generare il contrabbando, ma la frontiera. Il confine è un dato naturale, la frontiera invece è un fatto politico.

Contrariamente a quanto di solito si pensa, tuttavia, il contrabbando non è solo l’evasione del dazio e della frontiera, ma è soprattutto lo sfruttamento economico di essi. Senza dazi e senza frontiere, cioè senza divieti, il contrabbando non esiste. “Il Buon Dio mantenga il dazio, da tempi immemorabili l’ultima risorsa di tanta gente” dice Carlo all’inizio della sua avventura. Nelle comunità di confine si vive grazie alla frontiera, aggirando col contrabbando dazi e divieti, cioè negando continuamente ciò senza cui esso non potrebbe neppure esistere, ma grazie a cui rischia sempre di morire.

La sorgente del contrabbando, ciò che ne alimenta la vita, coincide insomma con ciò ne minaccia continuamente la morte. Il contrabbando diventa così il lato in chiaroscuro dell’esistenza di un individuo e di una comunità, il lato di cui il divieto è l’alfa e l’omega, l’origine e la possibile fine.

Il maggior merito artistico di questo romanzo di Massimo Lardi sta proprio nell’aver colto, attraverso la storia di Carlo, l’essenza culturale e antropologica del fenomeno del contrabbando fra due comunità di confine e la centralità che in esso gioca il divieto come elemento ad un tempo generativo e dissuasivo. Carlo nasce contrabbandiere sul Bernina e muore come contrabbandiere sul Naviglio, a Milano, quando il gioco del contrabbando eccede i confini naturali che lo giustificano e supera con essi anche “le colonne d’ercole della morale” che lo legittimano, cioè quello stato di necessità esistenziale che porta nel romanzo il parroco di Poschiavo, don Augusto a sostenere che il contrabbando di caffè, di sale e di sigarette con la Valtellina, il cosidetto export due, è illegale, “ma non immorale” e, in ogni caso, “non è peccato”. Ma quando Carlo muore come contrabbandiere, rinasce come uomo in carcere a Como grazie proprio alla scienza del divieto che si trasforma in lui nella superiore coscienza della necessità morale del limite come tratto caratteristico della vera maturità umana. “Meglio imporsi dei limiti, altrimenti ce li impongono gli altri” è la sua conclusione con cui si chiude anche il romanzo.

L’esperienza del contrabbando, tenuta entro le colonne d'Ercole della necessità familiare, si rivela così un’esperienza severa di educazione umana. Quello di Lardi è un classico romanzo di formazione. In esso c’è la Poschiavo degli anni ’50 e dei primi anni ’60, ma ci sono soprattutto la Tirano e la Valtellina di quegli anni e ciò che per esse significava allora il contrabbando.

Non era più, infatti, il contrabbando del famigerato “circondario confinante”, rievocato anche da Lardi, che durava dai tempi di Napoleone e del Lombardo-Veneto e che imponeva la bolletta del dazio anche alle greggi transumanti e vietava ai valtellinesi le merci lecite nel resto d’Italia. Non era neppure il contrabbando dei quotidiani conflitti a fuoco che mietavano vittime su vittime fra i contrabbandieri (20 solo nel’45) esasperando la popolazione.

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Nel corso degli anni ’50 la repressione era stata disarmata e l’uso delle armi limitato ai soli casi in cui a sparare per primo era il contrabbandiere che aveva perciò tutto l’interesse a lasciare a casa la pistola. Il finanziere aveva perso così il volto feroce del nemico per acquistare via via quello più umano e bonario del complice involontario sempre più integrato nella vita della comunità, come avviene appunto nel romanzo di Lardi in cui i ragazzi finanzieri condividono i sogni degli altri ragazzi del luogo, escono con le loro sorelle e quando al Mignon di Tirano, nella pausa del film, davanti alla pubblicità del caffè Lavazza si alza unanime il coro degli spalloni, “Cafè da Cunculugn!”, caffè di Campocologno, immobili non battono ciglio.

Quello del romanzo non è più neanche il contrabbando degli spalloni, ma quello delle automobili col doppio fondo “scientifico” o “industriale”, intestate ad amici e vecchietti di comodo. Non più il contrabbando povero del sale, ma il contrabbando che nasce dal desiderio di godere degli agi del benessere nei primi anni del boom. In esso un posto importante comincia a rivestirlo anche il desiderio giovanile di evasione e di avventura che fa oscillare Carlo fra l’ammirazione del fascino gangsteristico di Gasmann in “riso amaro” e gli insegnamenti morali della madre e di don Augusto. E, insieme allo spirito di avventura, si avverte ancora in questo contrabbando l’ultimo soffio di quello spirito di libertà che aveva animato l’attività illegale dei partigiani di un tempo. Non a caso molti dei contrabbandieri valtellinesi che si incontrano nel romanzo sono ex partigiani, amici di vecchia data dei poschiavini che non avevano dimenticato quel fascista di Tirano che diceva di voler “prendere la Valle di Poschiavo coi Balilla armati di fucili di legno”.

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Carlo è infine anche una figura nuova di contrabbandiere, il contrabbandiere di una generazione che ha studiato e questo nen è certo un tratto marginale del romanzo dove la passione storica e letteraria dell’autore condiziona in profondità le sue stesse scelte di tecnica narrativa. Frequente, ad esempio, è il ricorso al flash back della memoria, con cui il protagonista rievoca momenti dell’infanzia e dell’adolescenza attraverso cui ci restituisce il “clima” della “civiltà” dell’alpeggio e della Poschiavo agricola e pastorale. Anche il suo peregrinare lungo la Provincia di Sondrio col carico clandestino di Caffè o di sigarette diventa per Lardi pretesto narrativo per rievocare luoghi e storia della Valtellina e della stessa Poschiavo. Lo xenodochio medievale di S. Perpetua, sopra Tirano, gli fa tornare alla memoria una bella conferenza di don Lino Varischetti; Teglio gli fa alzare gli occhi per ammirare la Torre “de li beli miri”: Ardenno lo fa rallentare per via di un gruppo di belle ragazze, ma gli ricorda anche immediatamente la vicenda di Jürg Jenatsch (che in realtà fu pastore protestante a Berbenno) e il drammatico periodo delle lotte religiose: l’Hotel Albrici di Poschiavo gli riporta alla memoria la figura di De Bassus, il suo tentativo nel ‘700 di diffondere fra Poschiavo e Valtellina la setta massonica degli Illuminati di Baviera chiamando con se anche un importante musicista come Simone Mayr, la sua tipografia da cui uscì una storica traduzione italiana dei “Dolori del giovane Werther” di Goethe. E, con quella del De Bassus, nel romanzo è anche rievocata una più antica tipografia di Poschiavo, quella di Dolfino Landolfo, da cui uscirono i primi Statuti di Valtellina e una profluvie di libri protestanti. La trama del libro viene insomma tessuta da Lardi coi fili preziosi di una continua rievocazione della storia valtellinese che giunge fino agli anni della caduta del fascismo, del “Ridotto alpino repubblicano” in cui sperava Mussolini, dei partigiani e di Don Parenti, il bizzarro parroco di Trepalle su cui Guareschi, che lo aveva conosciuto in carcere durante il fascismo, aveva modellato la figura di Don Camillo e dal quale Carlo e l'amico Gino si recheranno per tentare il contrabbando di aghi per macchine tessili, canto del cigno del contrabbando storico attraverso Campocologno.

Il “Don Camillo” di Guareschi torna più volte nel romanzo fra i ricordi letterari di Carlo, questo strano contrabbandiere che a Milano, tra una consegna di sigarette e l’altra, riesce a visitare il Duomo e in carcere passerà il tempo ripensando alle pagine di Dostojevskij e ad altre più celebri prigioni, quelle di Tommaso Campanella e di Silvio Pellico. Ma nella figura di Carlo si condensa anche un più sottile significato simbolico. Egli non è il commerciante poschiavino che prima del confine consegna la merce allo spallone o al corriere valtellinese. Egli è commerciante in Svizzera e contrabbandiere in Italia, poschiavino e tiranese, come gli abitanti di Cavaione, sopra Campocologno che in passato si dicevano poschiavini o tiranesi “secondo la convenienza”. E in questa doppia immagine, egli incarna la discontinuità giuridica del contrabbando, legale in Svizzera e illegale in Italia, ma incarna soprattutto la continuità umana fra Poschiavo e Tirano, fra Poschiavo e Valtellina, la forza di un legame storico-culturale che va al di là di ogni frontiera. E in questo risiede, forse, il senso ultimo del romanzo.

Massimo Lardi, "Dal Bernina al Naviglio", pref. di Eugenio Corti, Locarno, Pro Grigioni italiano - Armando Dadò editore, 2002, pp.185, Frs 20 - 14.00 euro.

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