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Angelo Cannizzaro, La bella lingua, Arese (Milano), 29.12.12

“Ci sono alcuni che fanno gran caso
di quello che importa ben poco,
e poco caso di quel che vale molto”
(Baltasar Graciàn)

La bella lingua

Quella sera Giovanni, mollemente sprofondato nella poltrona del salotto, stava gustando la lettura di un romanzo appena licenziato alle stampe che gli era stato omaggiato dallo stesso autore, scrittore elvetico di lingua italiana, verso il quale nutriva sentimenti di stima ed amicizia.
Mentre era assorbito dallo svolgersi della vicenda, la sua attenzione fu attratta dal comparire del nome di un paese: San Maurizio.
Lì per lì Giovanni pensava trattarsi delle isole Mauritius, nota località esotica bagnata dall’Oceano Indiano, mèta ormai del turismo di massa. Senonché, l’ubicazione di tale località mal si adattava alla trama del romanzo, ambientato a cavallo dei secoli XIX e XX, i cui personaggi vivevano tra la Svizzera e Roma.

Alcune pagine dopo, ecco ritornare il San Maurizio ed allora egli comprende trattarsi, senza alcun dubbio, della traduzione italiana di Saint Moritz, bellissima località montana del Grigioni, il cui nome è da sempre noto ai turisti italiani nella sua denominazione d’origine.

Giovanni interruppe la lettura, sollevò lo sguardo oltre il libro aperto e pensò, non senza una punta di amarezza: «La difesa della lingua italiana è ormai affidata a scrittori “stranieri: nel caso specifico, a scrittori di lingua italiana, ma cittadini di uno Stato, come la Confederazione Helvetica, diverso dalla Repubblica Italiana. Fosse anche solo per questo – aggiunse – le opere di Massimo Lardi dovrebbero trovare ampia diffusione tra il nostro pubblico!».

«Ormai la lingua italiana –pensava Giovanni – si avvia, così come la stessa popolazione autoctona, ad una lenta ma inesorabile estinzione. Il bel Paese dove il sì suona si è talmente imbarbarito da trasformare la naturale musicalità della sua lingua in miagolii e suoni gutturali».

«Avete notato, ad esempio, – osservava Giovanni – che non si parla più di eufonia, cosicché sono scomparse locuzioni quali in Isvizzera in Ispagna, oppure di cacofonia; un esempio per tutti: “ci circonda”, anziché “ne circonda”?».

«Venendo ai neologismi ed ai barbarismi che ormai imperano anche nella lingua scritta – è sempre Giovanni ad osservare – e sono consapevole che la lingua di un popolo non possa rimanere immutabile nel tempo, ma debba evolversi in funzione delle esigenze espressive che vanno di volta in volta manifestandosi in relazione allo sviluppo delle attività e dei costumi».
«Ai miei tempi – ricordava Giovanni – intorno agli anni ’60; i giovani spesso usavano un linguaggio gergale incomprensibile agli anziani. Era di moda, ad esempio, la locuzione ho gettonato alla vecchia, per indicare di avere telefonato alla propria madre».
«Ma adesso – sentenziava Giovanni – l’invasione di neologismi sta superando ogni limite, per non parlare, poi, dei veri e propri idiotismi».
A riguardo di questi ultimi, egli osservava come ad esempio si sia diffusa a sproposito l’uso della locuzione piuttosto che in luogo di come pure, cosicché detta espressione anziché essere usata nella sua accezione di “propensione” (piuttosto che sposarlo, mi faccio monaca) assume il significato improprio di valore asseverativo (ho comprato il libro piuttosto che le riviste), per indicare di aver acquistato sia l’uno che le altre. Il bello è che l’uso improprio di questa locuzione si è talmente diffuso da essere usata ad ogni piè sospinto da giornalisti, accademici, scrittori i quali, anziché essere custodi della purezza della lingua, ne divengono i primi infangatori.

«E l’articolo partitivo, onnipresente nel linguaggio, anche di persone colte?, -incalzava Giovanni – ormai non se ne può più!: “Gigi è andato a Parigi per degli affari”, “quelle statue poggiano su dei piedistalli”, “Mario lo ha guardato con degli occhi di falco”».

«È anche invalso l’uso di usare il partitivo in luogo dell’aggettivo indefinito – proseguiva Giovanni –, quante volte si odono alla radio od alla TV espressioni quali “delle persone uscivano dallo stadio”, “degli studenti manifestavano davanti alla scuola”,”dei ciclisti correvano sul marciapiedi”».

«Per non parlare, poi – pensava sconsolatamente Giovanni – dell’uso al riflessivo del vocabolo suicidio: le cronache sono piene di persone che si sono suicidate, ovvero si sarebbero uccise due volte!».

«E gli anglicismi? –proseguiva Giovanni –Non c’è più alcun limite al loro uso spropositato! Soprattutto nella lingua parlata, nell’uso giornalistico ed aziendale essi si sprecano, quasi che il nostro bell’idioma non avesse espressioni proprie ma dovesse mendicare locuzioni altrui».

«Non passa giorno – arguiva Giovanni – senza che nei resoconti radiotelevisivi o nelle relazioni politiche o aziendali, quando non addirittura negli stessi testi legislativi, si sprechino anglicismi, a volte vere e proprie idiozie».

E faceva al riguardo alcuni esempi:
  - comparazione (ingl. comparison) per confronto;
  - competizione (ingl. competition) per concorrenza;
  - mandatora (ingl. mandatory) per obbligatoria;
  - supportare (ingl. to support) per sostenere;
  - skillato (ingl. skilled) per capace;
  - governance (ingl. governance) per direzione;
  - location (ingl. location) per ubicazione…

In quel preciso momento squillò il telefono, distogliendo Giovanni dalle sue riflessioni.
Era un amico che, approfittando del coffee-break, gli ricordava che dei colleghi avevano proposto un picnic per il prossimo week-end, su per delle belle colline del Monferrato, raccomandandogli di non dimenticare il set di coltelli adatti…

«Ormai non c’è più alcuna speranza – pensava Giovanni mentre rispondeva a monosillabi – un virus incurabile ha intaccato permanentemente la nostra bella lingua».

E tutto sconsolato ritornò nel salotto e riprese a leggere il romanzo dello scrittore elvetico di lingua italiana.

“La bella lingua” è un racconto riflessivo, che è stato ispirato al dott. Angelo Cannizzaro dalla lettura del romanzo Acque Albule.
Angelo Cannizzaro (v. anche la lettera concernente il romanzo “Dal Bernina al Naviglio”, nonché il romanzo stesso di “Acque Albule”) è nato ad Isola d’Istria (ex provincia di Pola) il 30 marzo 1937, quando ancora faceva parte del Regno d'Italia . Laureato in Economia e Commercio all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e stato dirigente amministrativo occupandosi di aspetti legali, societari, finanziari e amministrativi nella gestione di aziende multinazionali e di medie imprese. Negli ultimi anni è dottore commercialista.
Nell’anno 2003 ha pubblicato il racconto “L’angelo del Natale” nell’ambito dell’iniziativa “Il racconto dell’anno” a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Arese.

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